rugby e rivoluzione – il giro dell’Italia ovale in 80 treni

Matthias è un ragazzo di 25 anni di Fano che di lavoro fa lo scrittore, il fotografo e l’illustratore. Per passione gioca a Rugby, da circa 10 anni, sport che ha voluto raccontare attraverso un viaggio di frontiera, alla ricerca di persone e luoghi, in cui la palla ovale incontra disabilità, omofobia, carcere, solidarietà, riscatto….

 

Matthias quando è nata l’idea del progetto?

L’idea del progetto è nata i primi giorni di settembre, durante il torneo di rugby No Tav a Venaus – Valsusa. In un baleno ho pensato di unire le mie più grandi passioni: il viaggio, le storie, il rugby. Il pellegrinaggio è cominciato nel mese di novembre 2016 e in pochi mesi, io e Chiara (amica fotografa che cura la parte fotografica del progetto) abbiamo scelto il titolo: “rugby e rivoluzione – il giro dell’Italia ovale in 80 treni”, per vie delle innumerevoli ferrovie percorse finora. L’idea è quella di raccontare i temi del nostro tempo quali l’omofobia, l’immigrazione, la disabilità, il carcere e tanto altro, tramite il gioco del rugby, detto di “frontiera” per via di quei microcosmi umani posti in genere ai margini della nostra società. L’intento è raccontare storie e realtà sportive che abbiano un grande riscontro sociale sulla nostra quotidianità, cambiando il punto di vista delle persone a noi vicine, rivoluzionando il nostro modo di guardare le cose. Il progetto è completamente autofinanziato dalla società Fano Rugby (squadra in cui tuttora gioco).

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A che punto siete del vostro viaggio? Sapete già quante saranno le tappe o è un work in progress?

Fino ad ora abbiamo incontrato cinque, sei squadre come ad esempio “Le Tre Rose” (Casale Monferrato) che ha in squadra una ventina di richiedenti asilo provenienti dall’Africa SubSahariana, “Libera rugby” a Roma, prima squadra gay – friendly, schierata apertamente contro l’omofobia. Oppure i “Mud Mad Star” a Milano e gli “Atipici rugby Bari”, i quali, gradualmente, tentano di avvicinare ragazzi con problemi psichici al campo da rugby. Il carcere, le periferie … la strada è ancora lunga, diciamo che si sta avvicinando piano piano il giro di boa ma le tappe aumentano ogni giorno che passa, di pari passo alla rete popolare che si sta formando!

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Perché hai deciso di dedicare spazio al mondo LGBT nel tuo progetto?

Personalmente ho sempre creduto che il gioco del rugby fosse più forte di politiche, ideologie, appartenenze sociali, sesso, cultura. Semplicemente è un modo per stare insieme, divertirsi, sostenersi in campo e nelle vita. Tornare ad essere comunità ed essere se stessi, senza paura ne maschere. Credo che il rugby ti insegna ad essere umile, a sentirti parte di un gruppo, a voler bene alla terra, dato che ci si finisce molto spesso a contatto. Detto questo mi sono messo in viaggio per raccontare il rugby dal basso, giocato da chiunque, per il pure piacere di farlo, senza passare per accademie, federazioni, cravatte e targhette. Dunque ho deciso di inserirci, nel mio piccolo, pure un capitolo dedicato al mondo LGBT … il rugby è una lotta ed è una lotta anche quella che portano avanti i ragazzi/e incontrati, combattendo contro i pregiudizi e le menti chiuse della nostra società. Ognuno è libero di essere chi vuole e sopratutto fare sesso come e con chi si vuole :)

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Il Rugby, per lo meno nell’immaginario, è molto lontano dalla cultura LGBT. E’ stato difficile far dialogare questi due mondi?

Penso che il mondo del rugby non è particolarmente omofobo, ma spesso si sente parlare del rugby come uno sport per “veri” maschi, contribuendo a dargli una immagine eccessivamente maschilista forse. A volte ci si stupisce quasi se a praticarlo è una ragazza! Da parte mia non è stato particolarmente difficile far dialogare questi due mondi, ma spero tanto che con questo progetto nuove persone si convincano che sia giusto e stimolante iniziare a giocare a rugby in un ambiente privo di pregiudizi, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale.

All’interno del progetto, il capitolo dedicato all’omosessualità è dedicato alla squadra di Rugby di Roma che si chiama Libera. Ci racconti qualcosa di più di questa realtà?

Certamente! La prima volta ho letto la storia di Libera su Sport Week, rimanendo colpito dalla loro nascente realtà. Mi sono appuntato qualche aggancio e a distanza di due anno ho deciso di contattare i ragazzi, scrivendo al presidente Andrea Carega, per poi conoscere tutti quanti personalmente presso l’Acrobax, il vecchio cinodromo occupato di Roma dove si allena Libera, cosi come agli All Reds (maschile e femminile). Libera Rugby Club è la prima squadra maschile di rugby gay-friendly e inclusiva in Italia. L’obiettivo della squadra è promuovere la diffusione del gioco del rugby nella comunità LGBT, fornendo un ambiente sociale e sportivo dove tutti si sentano accettati e rispettati indipendentemente dal loro orientamento sessuale, contribuendo in tal modo a combattere l’omofobia nel mondo dello sport. Inoltre, dato che circa il 25% dei giocatori di Libera è eterosessuale, la squadra è anche un luogo di scambio di esperienze tra due mondi (quello eterosessuale e quello LGBT) che molto spesso non hanno degli spazi di incontro. Come mi raccontava Andrea durante il nostro ultimo incontro: “percepiamo che c’è molto interesse per il rugby nella comunità gay romana, ma pochissimi ragazzi realmente fanno parte di una squadra. Noi vogliamo offrire ai ragazzi gay e ai loro amici l’opportunità di iniziare a giocarlo senza pressioni, sostenendoli, magari aiutandoli pure a fare coming out con i famigliari ed essere cosi liberi di seguire la propria identità”. Oppure penso spesso alle parole di Umberto, etero e capitano del gruppo: “combattere l’omofobia tramite la palla ovale, affinché non ci sia più bisogno di squadre come questa. Totale uguaglianza sia fuori che dentro il campo”.

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Un’ultima domanda, forse provocatoria: sarebbe stato possibile il tuo viaggio se fossi stato un giocatore di calcio invece che di rugby?

Ahi ahi ahi!!! Ho giocato tanti anni a calcio, non so dirvi cosa sarebbe accaduto se avessi continuato ne se la mia vita avesse preso un’altra piega. So solo che il rugby mi ha cambiato profondamente. Al di là dei placcaggi, delle botte, dei sacrifici, ripeto, il rugby ti insegna ad essere leale, corretto, forte e determinato ma sempre rispettoso dell’avversario. Questi valori non li vedo nel calcio, dove gli atleti stessi sono diventati più attori che giocatori. Fin da piccoli vengono abituati a simulare, a farsi beffa degli avversari a volte. Nel rugby ripetiamo sempre che non si gioca “contro” una squadra, ma “con” quella squadra. I calciatori potrebbero salvarsi nella vita, magari facendo i furbi e mascherando la realtà, ma sicuramente non sopravviverebbero nella maniera più nobile, nel modo più etico possibile. Il rugby unisce tanto, crea legami molti forti … dunque penso di no, se fossi stato un calciatore non avrei neanche mai pensato ad un progetto simile. Spero di sbagliarmi, ma ormai, più nessuna fiducia al gioco del calcio :)

Buon proseguimento di viaggio, Matthias…

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